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Perché aspettare domani se puoi farlo oggi?

Aggiornamento: 10 ago 2021


L'articolo numero uno della nostra Costituzione recita:

L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

Spesso però, prima del lavoro, sempre in Italia, mettiamo in priorità un bel po' di giorni work-free.

Prima ci sono le vacanze di Natale, poi il ponte di Carnevale. C'è la Pasqua e il venticinque aprile. Il primo maggio e il periodo estivo. Il ponte dei Santi e i Morti e sempre la stessa costante, la famosissima frase: "vabbè, per questo, se ne parla dopo [inserisci l'evento più prossimo in calendario]" che riecheggia in lunghi corridoi e altrettanto lunghe stanze Zoom.


Sarà pure che siamo un popolo a cui piace un sacco festeggiare (d'altronde come biasimarci?!) ma non è questo il punto. Non credo che Leonardo Da Vinci, Guglielmo Marconi, Vivaldi e Verdi, Maria Montessori, Umberto Veronesi o la Cristoforetti si facessero e facciano impressionare dai giorni off.


Capiamoci subito, come te anche io penso che un paio di ponti siano una manna dal cielo per prendere fiato, specie ora che viviamo in un mondo che va alla velocità di Beep e a noi tocca interpretare la parte del coyote.


Non è il calendario ad essere sbagliato quanto il nostro atteggiamento nei confronti del problema.

Dobbiamo ammettere a noi stessi una buona volta che procrastinare è solo un alibi.


Dì un po', quante volte ti è successo di poter provare a portare a termine un'attività ma hai preferito comunque aspettare?


Aspetto [il rientro del mio team] per [poter contare su più menti e avere appoggio della squadra al completo]. Aspetto [la pausa estiva] per [essere più carico]. Aspetto [la fine di un ponte] per [avere più tempo a disposizione]. Aspetto [il feedback senza troppo sollecitare] per [evitare di sentirmi dire che potrebbe essere migliore di così].

Potrei continuare all'infinito. Scegli pure il place holder che ti garba di più, che ti calza meglio. Quello che riflette il tuo stile insomma.


Tanto, tranquillo, non sei il solo. Anche io in passato ho peccato più e più volte.


Ho sfruttato gli eventi del calendario per procrastinare, allungare una deadline, spostare l'execution di un task più in là nel tempo per tenerlo a debita distanza e osservarlo nel suo insieme, studiarlo come si deve, per avere il tempo sufficiente a curare ogni minuscolo dettaglio, passando in rassegna il to-do da capo a coda per non tralasciare neppure un dettaglio.


E intanto i treni passavano, la mia intuizione diventava l'idea di un altro, le occasioni mi salutavano da lontano e io restavo lì ferma impalata a guardarle sventolare un fazzoletto bianco.


Ciao, opportunità ciao! 👋 A mai più rivederci.


Non procrastinavo mica per pigrizia eh, quanto per raggiungerla, quella dannata perfezione.

Eh già, proprio quella e la gratificazione di pubblico, colleghi, capi, mondo sul mio operato. Insomma una benedizione esterna che mi convincesse di aver fatto un buon lavoro.


Questo atteggiamento però non faceva che ammazzare le mie possibilità di successo, oltre che le possibilità di chi mi era intorno e dell'ecosistema entro cui operavo.


Quindi ad un certo punto della mia vita professionale ho deciso che era il momento di darci un taglio. E buttando giù velocemente questo articolo, che magari poteva essere confezionato molto meglio di così (ma sì poteva essere più fluido nella lettura, un po' più corto, con immagini più WOW-che-fico-questo-design) decido che è giunto il momento che anche tu ci dia un bel taglio.

Amico, la perfezione NON esiste.

Mettiti all'opera e inizia la tua attività senza timore di avere poco tempo prima dell'estate, di Natale, di Pasqua o Carnevale.


So che credi di averla vista in giro, la perfezione, quella che gli altri raggiungono con estrema semplicità ogni volta che si rimboccano le maniche e operano. Ma ti sbagli, non è così.

Ora puoi gentilmente prestare un momento di attenzione ai miei colleghi qui un secondo? Bene:

Che dici, va meglio?


Ok. Se lo sparaflash non ha funzionato, provo con il piano B (perché ricorda, bisogna SEMPRE avere un piano B) e ti racconto di un esperimento straordinario, stranamente non condotto in Massachusetts.


In una scuola di arte, vengono selezionati due gruppi di allievi a cui vengono impartite delle indicazioni diverse riguardo la realizzazione di alcuni vasi di argilla.


Il primo gruppo ha una missione importantissima: portare il vaso in sal.... no ovviamente.

Il gruppo è incaricato di realizzare il vaso migliore che sia in grado di fare.


Ahi ahi 🙄

Però ci sono degli aspetti positivi:

  • Non sono stati imposti limiti di tempo;

  • È stata concessa totale libertà di scelta delle tecniche e degli strumenti da adottare.


Fiuuuu 🌬(respiro di sollievo).

Ma passiamo al secondo gruppo. I nostri eroi invece devono realizzare quanti più vasi possibili, senza curarsi della qualità. Quindi nel loro caso:

  • esiste un timing preciso da rispettare;

  • è definito a monte un obiettivo monitorabile.

Per ricapitolare, quindi, il primo gruppo verrà giudicato per la qualità. Il secondo per la quantità.


Ora sei pronto per rispondere al quiz. Ecco la domanda da un milione di dollari per te:

Eh già amico mio. Proprio così, i risultati dell’esperimento sono incredibili.

Te lo avevo detto o no che era un'esperimento pazzesco?!


Dopo aver sottoposto i vasi alla valutazione di una giuria, è risultato che il gruppo che aveva realizzato più vasi alla fine aveva creato anche vasi più belli e qualitativamente migliori rispetto al gruppo che doveva realizzarne uno solo e perfetto.


Questo quindi che ci insegna? Che la perfezione non esiste ma che invece esiste l’esperienza, ovvero il fare le cose e apprendere dagli errori.

Quindi morale della favola, mio amico procrastinatore: concentrati sulla quantità delle cose che fai, non sull’avere la qualità perfetta in quello che stai facendo per la prima volta.


Datti un obiettivo raggiungibile, fai, testa, sbaglia, impara, ripeti eliminando l'errore precedente. Sbaglia ancora in modo diverso, impara una seconda volta, ritesta, riprova. Continua all'infinito. Subito.


È così che diventa naturale e semplice, quella che tu credi abbia il nome di perfezione ma che in realtà è solo competenza radicata.

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